Salario massimo e salario minimo: profili teorici, normativi, economici e di etica cristiana
A cura di Raffaele Torella

Il dibattito contemporaneo sulle politiche salariali si è concentrato in misura molto maggiore sul salario minimo che non sul salario massimo. Tale asimmetria non dipende soltanto dalla diversa fortuna politica dei due strumenti, ma anche dal diverso grado di consolidamento scientifico dei rispettivi campi di studio. Il salario minimo costituisce oggi un oggetto classico della labour economics, indagato con metodi quantitativi sofisticati e con una vasta base empirica comparata; il salario massimo, invece, resta un tema molto più marginale, collocato all’incrocio tra economia pubblica, filosofia politica, etica d’impresa e teoria della giustizia distributiva. Ne consegue che, mentre sul salario minimo la letteratura tende a chiedersi quali siano gli effetti osservabili su occupazione, salari, prezzi e disuguaglianza, sul salario massimo la domanda prevalente riguarda ancora la sua giustificabilità teorica, il suo disegno istituzionale e la sua praticabilità giuridica.
Dal punto di vista concettuale, il salario massimo può essere definito in modi differenti. In una prima accezione, esso coincide con un tetto assoluto alla remunerazione da lavoro, cioè con una soglia oltre la quale il reddito da lavoro non può crescere. In una seconda accezione, più interessante sotto il profilo della giustizia distributiva, il salario massimo è concepito in termini relativi, cioè come multiplo del salario minimo o del salario più basso corrisposto all’interno di una determinata organizzazione o economia. Vi è poi una terza variante, spesso distinta dalla precedente, che riguarda il maximum income, vale a dire un limite al reddito complessivo individuale e non soltanto al reddito da lavoro. Infine, esiste un equivalente funzionale del salario massimo nella forma di una tassazione marginale estremamente elevata o prossima al 100% oltre una certa soglia reddituale. La letteratura recente insiste molto su queste distinzioni, poiché ciascuna di esse implica differenti problemi di implementazione, differenti effetti redistributivi e differenti possibilità di elusione.
Il rapporto tra salario massimo e salario minimo diventa particolarmente rilevante quando il primo non viene concepito come cifra fissa, ma come rapporto massimo ammissibile tra la remunerazione più alta e quella più bassa. In questa prospettiva, il salario minimo e il salario massimo non appaiono più come due politiche separate, bensì come i due poli di una medesima architettura distributiva. Il salario minimo protegge il fondo della distribuzione salariale, mentre il salario massimo limita l’espansione della coda alta; il rapporto tra i due opera quindi come indicatore sintetico della dispersione salariale ritenuta socialmente giustificabile. Proprio per questo la discussione sul salario massimo si avvicina, in molte opere recenti, a quella sui pay ratios tra amministratori delegati e lavoratori ordinari, soprattutto nei campi della business ethics e della corporate governance.
Per comprendere la portata teorica del salario massimo, è utile partire dalla letteratura sul salario minimo, che costituisce il termine di paragone più solido. La review di Dube e Lindner, pubblicata nel 2024, descrive il salario minimo come uno dei terreni più studiati dell’economia del lavoro contemporanea. Gli autori mostrano che la nuova letteratura, fondata in larga parte su strategie quasi-sperimentali, converge su alcuni risultati abbastanza robusti: l’introduzione o l’aumento del salario minimo tende ad accrescere i salari nella parte bassa della distribuzione, a ridurre la disuguaglianza salariale tra i lavoratori peggio retribuiti e, nei range normalmente osservati, a produrre effetti occupazionali medi relativamente contenuti o comunque più limitati di quanto sostenuto dalla letteratura più tradizionale. La stessa review sottolinea inoltre che gli aggiustamenti delle imprese non transitano soltanto attraverso l’occupazione, ma anche attraverso prezzi, produttività, composizione della forza lavoro e margini di profitto.
Anche a livello istituzionale europeo, la nozione di salario minimo è ormai inserita in un quadro di valutazione comparativa abbastanza definito. La Direttiva (UE) 2022/2041 sui salari minimi adeguati non impone un livello unico di salario minimo, ma stabilisce un quadro di criteri per valutarne l’adeguatezza, richiamando il potere d’acquisto, il livello generale dei salari, la loro distribuzione, la crescita salariale e la produttività di lungo periodo. Inoltre, la Direttiva prevede l’uso di valori di riferimento indicativi, comunemente associati alle soglie del 60% del salario mediano lordo e del 50% del salario medio lordo. Questo passaggio è particolarmente importante per il tema qui trattato, perché mostra che il dibattito europeo sul salario minimo utilizza già una logica relazionale, basata sulla posizione del minimo all’interno della distribuzione salariale complessiva.
Se il salario minimo è ormai giustificato, nella letteratura economica, sia in termini di tutela dei lavoratori vulnerabili sia in termini di contenimento della disuguaglianza salariale nella parte bassa della distribuzione, il salario massimo viene invece discusso soprattutto come strumento di contenimento della concentrazione dei redditi da lavoro nella parte alta. Il contributo economico più noto in questa direzione è quello di Blumkin e Sadka, i quali sostengono che, all’interno di un modello di tassazione ottimale non lineare, un vincolo di salario massimo possa produrre un miglioramento paretiano. Il meccanismo teorico proposto dagli autori è legato alla riduzione degli incentivi di mimicking tra lavoratori ad alta produttività, ossia alla possibilità di rafforzare la funzione redistributiva del sistema fiscale senza introdurre ulteriori distorsioni di tipo standard. Il punto essenziale non è tanto che il salario massimo sia dimostrato empiricamente come strumento superiore, quanto piuttosto che esso non sia, sul piano teorico, incompatibile con l’efficienza economica.
A questo filone economico si affianca una letteratura normativa che discute il salario massimo come espressione del cosiddetto limitarianism, ossia della tesi secondo cui, oltre una certa soglia, il possesso di risorse economiche ulteriori non sarebbe moralmente giustificato, oppure diverrebbe incompatibile con esigenze di eguaglianza politica, coesione democratica e giustizia sociale. In questo quadro, il salario massimo viene talvolta giustificato non solo come strumento redistributivo, ma anche come limite al potere che redditi eccessivamente elevati conferiscono a determinati individui o gruppi. Parte della riflessione contemporanea sottolinea infatti che la questione non riguarda unicamente il benessere materiale, bensì anche la struttura delle relazioni sociali e la distribuzione del potere di influenza nelle società democratiche.
Un’ulteriore linea di ricerca, più empirica ma ancora lontana dalla maturità della letteratura sul salario minimo, è quella che studia le percezioni sociali dei rapporti salariali. In questo ambito è molto influente il lavoro di Kiatpongsan e Norton, che, utilizzando dati provenienti da quaranta paesi, ha mostrato come gli individui tendano a preferire rapporti salariali tra vertice e base molto più contenuti di quelli effettivamente esistenti. Il punto non è tanto la proposta immediata di un salario massimo legale, quanto l’emergere di una diffusa intuizione normativa secondo cui i differenziali salariali osservati, in particolare ai vertici delle grandi imprese, sono percepiti come eccessivi. Più recentemente, Cervone e colleghi hanno distinto tra rapporto salariale ideale e rapporto salariale massimo accettabile, mostrando che le persone non aspirano a una perfetta uguaglianza, ma nemmeno considerano legittima una divergenza illimitata tra i salari più alti e quelli più bassi. Questa distinzione è rilevante perché suggerisce che il salario massimo, inteso come soglia estrema di tollerabilità, può essere concettualmente differente da un ideale egualitario stretto.
Un aspetto particolarmente importante, nel rapporto tra salario massimo e salario minimo, riguarda il fatto che la letteratura più recente tende a spostare l’attenzione dalla soglia assoluta alla struttura complessiva della dispersione salariale. In tal senso, il tema del salario massimo si intreccia con quello dei pay ratios e della giustizia organizzativa: un tetto relativo, espresso come multiplo del salario minimo o del salario più basso, appare meno arbitrario di un tetto fisso e consente di collegare la remunerazione più elevata alla dinamica retributiva di tutta l’organizzazione. Questo approccio risulta particolarmente attrattivo in sede teorica perché permette di evitare l’obiezione secondo cui il salario massimo, considerato in modo isolato, costituirebbe un mero limite esterno non correlato alla struttura produttiva. Al contrario, il rapporto massimo-minimo introduce una logica di reciprocità distributiva interna.
Resta tuttavia il problema della concreta attuazione di una politica di salario massimo. La letteratura evidenzia diversi ostacoli. Il primo è la definizione della base di calcolo: occorre stabilire se il limite debba riferirsi al salario base, alla retribuzione complessiva, ai bonus, alle stock options o al reddito totale. Il secondo problema è quello dell’arbitraggio, cioè dello spostamento della remunerazione verso forme meno visibili o meno regolabili, come redditi da capitale, benefit o strumenti di incentivazione differita. Il terzo concerne il livello istituzionale di applicazione: un conto è introdurre un massimo salariale a livello nazionale, un altro è fissare limiti ai rapporti retributivi all’interno delle imprese, eventualmente attraverso leve fiscali, condizioni negli appalti pubblici o obblighi di trasparenza societaria. La recente letteratura sulla percezione pubblica del maximum income insiste molto proprio su queste difficoltà di implementazione, condivise anche da soggetti che, sul piano dei principi, guardano con favore a limiti più stringenti per i redditi più elevati.
Sul piano storico, l’idea di un tetto ai redditi o ai salari non è priva di precedenti, ma tali precedenti non hanno dato luogo a una vera tradizione stabile paragonabile a quella del salario minimo. Nella storia economica del Novecento, soprattutto in contesti eccezionali come quelli bellici, si trovano forme di controllo sui redditi alti e sulla dinamica salariale, finalizzate però più al contenimento dell’inflazione, alla disciplina macroeconomica o alla mobilitazione nazionale che non alla costruzione di una dottrina generale del salario massimo. Anche per questa ragione, il salario massimo contemporaneo appare meno come istituto consolidato e più come proposta di riforma o criterio normativo di orientamento.
Un passaggio importante nel dibattito più recente è rappresentato dai lavori che provano a mettere insieme salario minimo e salario massimo entro un medesimo quadro analitico. In questa direzione si colloca uno studio del 2026 dedicato al caso italiano, che simula l’introduzione congiunta di un salario minimo e di un salario massimo. Secondo la sintesi resa disponibile dagli autori e dall’università di afferenza, il salario minimo agirebbe soprattutto sulla parte bassa della distribuzione e sulla povertà lavorativa, mentre il salario massimo inciderebbe sulla coda alta della distribuzione, contribuendo anche alla riduzione del gender pay gap; nel complesso, la combinazione dei due strumenti ridurrebbe la disuguaglianza senza effetti negativi rilevanti su crescita e occupazione nei risultati di simulazione. Si tratta però, appunto, di una simulazione macroeconomica e non di una verifica causale ex post: il risultato è teoricamente interessante, ma non possiede ancora la stessa forza probatoria delle evidenze accumulate sul salario minimo.
Alla luce di quanto emerso, si può sostenere che il salario massimo, nel suo rapporto con il salario minimo, costituisca oggi soprattutto una frontiera di ricerca interdisciplinare. La letteratura disponibile suggerisce che la sua formulazione più promettente non sia quella del tetto assoluto e uniforme, bensì quella del rapporto massimo ammissibile tra la remunerazione più alta e quella più bassa, o tra il salario più alto e una soglia minima socialmente adeguata. In tale configurazione, il salario massimo non si presenta come antitesi del salario minimo, ma come suo complemento logico: se il minimo definisce la soglia inferiore di dignità salariale, il massimo definisce il limite oltre il quale la disparità diventa eccessiva sotto il profilo economico, etico o politico. Tuttavia, proprio mentre il salario minimo dispone ormai di una solida tradizione empirica, il salario massimo resta, almeno allo stato attuale della ricerca, un costrutto prevalentemente teorico-normativo, ancora in cerca di una base empirica altrettanto robusta e di modelli di implementazione capaci di resistere ai problemi di elusione, definizione e coordinamento istituzionale.
La dottrina sociale della Chiesa cattolica non formula, nei testi magisteriali principali, una dottrina esplicita del “salario massimo” come istituto giuridico. Nei documenti ufficiali trovi invece tre cose molto chiare: il principio del giusto salario, la condanna delle disuguaglianze economiche e sociali eccessive, e l’idea che l’economia e l’impresa debbano essere ordinate al bene della persona e al bene comune, non solo al profitto. Da questi principi si può trarre una critica morale a remunerazioni sproporzionate, ma parlare di un vero e proprio “salario massimo” è già un passaggio interpretativo, non una formula esplicitamente insegnata dal Magistero.
Il punto più netto riguarda il salario giusto. Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa afferma che “la remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro” e che il salario deve consentire al lavoratore e alla sua famiglia una vita dignitosa sul piano materiale, sociale, culturale e spirituale; inoltre precisa che il semplice accordo contrattuale non basta a rendere moralmente giusta una retribuzione. Lo stesso insegnamento è ripreso dal Catechismo, che insiste sul fatto che il salario non può essere valutato soltanto in base alla libertà contrattuale.
Accanto a questo, il Concilio Vaticano II dice una cosa molto rilevante per la tua domanda: in Gaudium et spes afferma che le “disuguaglianze economiche e sociali eccessive” sono scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona e alla pace sociale. Questo non equivale a fissare una soglia numerica o un tetto salariale, ma fornisce un principio forte contro livelli di disparità retributiva ritenuti eccessivi.
Anche il Catechismo e altri testi magisteriali insistono sul fatto che i responsabili d’impresa devono considerare “il bene delle persone e non soltanto l’aumento dei profitti”. Questo orientamento non introduce un cap salariale, ma limita moralmente una concezione dell’impresa in cui la remunerazione dei vertici sia giustificata unicamente da logiche di mercato o di massimizzazione del profitto. Il documento vaticano Oeconomicae et pecuniariae quaestiones del 2018 critica le “ingenti remunerazioni” legate a risultati immediati di gestione, osservando che esse possono incentivare prese di rischio eccessive e danneggiare il futuro dell’impresa. Anche qui non si parla di “salario massimo” in senso tecnico, ma c’è una critica esplicita a compensi molto alti quando distorcono la finalità dell’attività economica e la responsabilità sociale dell’impresa.
Note bibliografiche
[1] Dube, Arindrajit; Lindner, Attila S., Minimum Wages in the 21st Century, NBER Working Paper No. 32878, 2024.
[2] Direttiva (UE) 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 ottobre 2022 relativa a salari minimi adeguati nell’Unione europea.
[3] European Parliament Research Service, Directive on adequate minimum wages, 2022.
[4] OECD, OECD Employment Outlook 2023, Paris, OECD Publishing, 2023.
[5] Blumkin, Tomer; Sadka, Efraim; Shem-Tov, Yotam, A Case for Maximum Wage, Economics Letters, 2013.
[6] François, Maxime et al., Why Do People Support or Oppose Maximum Income? Ideological Dispersion around Four Positions and Shared Concerns about Implementation, Journal of Social Policy, 2025/2026.
[7] Kiatpongsan, Sorapop; Norton, Michael I., How Much (More) Should CEOs Make? A Universal Desire for More Equal Pay, Perspectives on Psychological Science, 2014.
[8] Cervone, Claudia et al., Setting Limits: Ethical Thresholds to the CEO-Worker Pay Gap, PLOS One, 2024.
[9] Carr, Stuart C., Maximum Wage, in volume collettaneo Springer, 2023.
[10] Morlin, G. S. et al., Tackling labor market inequalities through minimum and maximum wages, 2026.
[11] Anxo, Dominique, The EU Directive on Adequate Minimum Wages: Preliminary Assessment, SIEPS, 2024.
[12] Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1992, parte III, sezione II, capitolo II, articolo 7.
[13] Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes. Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 7 dicembre 1965, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana.
[14] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2004.
[15] Congregazione per la Dottrina della Fede; Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Oeconomicae et pecuniariae quaestiones. Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario, Città del Vaticano, 6 gennaio 2018.